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Il colpo di fulmine (per la danza… e non solo)
Igor Bacovich ha un tono pacato, ironico, ma diretto. Racconta la sua storia senza edulcorarla, con quel tipo di sincerità che arriva dritta al punto. “Ho iniziato a ballare per caso. In realtà, per seguire una ragazza che mi piaceva. È così che ho scoperto la danza”. È successo nel suo paese, da adolescente. Aveva 16 anni. Da quel primo approccio curioso e istintivo, è nato un percorso artistico che lo ha portato molto lontano.
Dopo qualche mese, qualcuno gli disse che aveva talento. Gli proposero l’audizione per l’Accademia Nazionale e da lì, lentamente, la passione si è fatta strada. Ma non è stata una progressione lineare: “Ho smesso di ballare per otto anni. Poi, quando Iratxe – mia moglie – ha lasciato la compagnia per lavorare come freelance, ho preso un anno sabbatico. È stato un ritorno graduale, ma soprattutto diverso. Non era il ‘tornare a fare quello che facevo prima’, era farlo con un altro sguardo, con un altro obiettivo. Lei è stata il mio coach più importante”.
Il bivio: abbandonare o cambiare rotta
Quando gli si chiede quale sia stato un momento chiave nella sua carriera, Igor non ha dubbi. “Smettere è stato necessario. In quel periodo non stavo vivendo bene la mia carriera artistica. C’era frustrazione, e a un certo punto ho capito che stavo iniziando a odiare ciò che amavo. Fermarmi è stato l’unico modo per proteggere quella passione”. Una pausa lunga, di ben otto anni, che però ha portato con sé una nuova consapevolezza: “In quel tempo ho fatto esperienze personali, umane e sociali che oggi fanno parte del mio vocabolario artistico. Ho più cose da dire perché sono cresciuto come persona”.
E oggi, cosa lo emoziona ancora nel mondo della danza? “Tantissime cose, per fortuna. Se non fosse così, sarebbe meglio fare altro. Sicuramente, vedere un ballerino trasformarsi, emozionarsi facendo un movimento che gli hai proposto… quello è il cuore del nostro lavoro. Oppure quando uno spettacolo prende il volo e non ti appartiene più, diventa dei ballerini, del pubblico. Quello è il momento più forte”.

Lo sport, la mente, il corpo: il suo equilibrio fuori dal palco
Fuori dalla sala, Igor si dedica allo sport. Non per performance, ma per benessere. “Mi fa bene alla testa e al corpo. E alla fine è un’attitudine che portiamo anche nel nostro modo di fare danza: la voglia continua di migliorarsi, di non stagnare, di mettersi alla prova. È come la competizione sana dello sport: non è solo fisicità, è anche una questione di approccio mentale”.
La pedagogia come strumento (e come rivendicazione)
Pur non avendo seguito un percorso accademico da insegnante, Igor non si tira indietro dal definirsi tale. Al contrario: “Con gli anni, abbiamo fatto tantissima pedagogia. È stato un passaggio fondamentale per diventare coreografi. Trasferire un linguaggio, un’estetica, un approccio al movimento in poco tempo, in modo efficace, è una sfida altissima. Ma anche necessaria. E quando ci riesci, vuol dire che hai un buon metodo”.
Il duo artistico che forma con Iratxe Ansa – la compagnia Metamorphosis Dance – si fonda proprio su questa unicità. “Siamo autodidatti. Non veniamo da una scuola di riferimento. Abbiamo sviluppato il nostro linguaggio per conto nostro. E oggi ci interessa tutto: la preparazione fisica, la tecnica classica, la dinamica, l’improvvisazione. Non rinneghiamo nulla, ma cerchiamo di trascendere i codici”.

Aiutare i ragazzi a trovare la propria voce
Quando lavora con i giovani danzatori, Igor lo fa con rigore e attenzione. “Non sono uno che cerca amici, vado lì per trasmettere quello che so. Ma il rigore non esclude empatia. È solo che il nostro lavoro è preciso, specifico. Richiede concentrazione altissima”. E quando davanti ha un allievo timido, poco espressivo? “Serve tempo, e dipende dal contesto. In un workshop breve è difficile far uscire tutto. Ma quando lavori su una coreografia, puoi costruire. L’importante è osservare: ogni ballerino ha potenzialità uniche. E va spinto nella direzione giusta, quella che senti più in sintonia”.
A chi gli chiede cosa osserva per prima cosa in un ballerino, risponde con due parole: talento e implicazione. “C’è il talento nudo e crudo, certo. Ma la testa fa tutta la differenza. L’organizzazione mentale, la motivazione… fanno sì che un danzatore possa davvero trarre beneficio da quello che riceve”.
Il suo mantra: non è cosa fai, ma come lo fai
Ogni insegnante ha un consiglio che ripete spesso. Quello di Igor è chiaro, ed è tutto incentrato sull’intenzione: “Non è quello che fai, ma come lo fai. Non è solo questione di passi o tecnica. È cosa ci metti dentro tu, qual è il tuo sguardo, la tua energia. È lì che si vede se sei davvero presente”.
L’invito di Dora, la scommessa di Bobbio
Igor è uno dei nuovi docenti del Bobbio Summer Ballet Intensive. E ci arriva grazie a Dora Ciacca, che lo ha voluto fortemente. “Mi ha spiegato le sue priorità, mi ha detto che stava scegliendo gli insegnanti in base a chi lei stessa avrebbe voluto come maestri. Mi è sembrato tutto molto schietto e ragionevole. E quindi ho accettato”.
Non ha partecipato all’edizione dell’anno scorso, ma ha le idee chiare: “Spero che il livello sia alto, così mi divertirò di più. È una questione professionale. Non vado lì a farmi degli amici, ma a dare tutto me stesso”.
Un’esperienza sempre nuova (anche per lui)
Nonostante la lunga esperienza, Igor lo dice chiaramente: “Ogni volta che lavori con delle persone è un’esperienza nuova. Non ci sono strategie già pronte. Le prime ore ti servono per capire chi hai davanti e come impostare il lavoro. L’obiettivo è che il processo creativo sia sacro. Importante. E quando è stimolante, anche noi impariamo qualcosa”.
Musica, letture, e sogni da condividere
Quando non danza, legge. Guarda spettacoli. E ascolta tanta musica: “Jazz, elettronica, un po’ di tutto. La musica è un nutrimento continuo”. E anche se non vuole svelare troppo, confessa che presto presenterà alcune coreografie in luoghi molto speciali: “Ci sono progetti in arrivo con grandi compagnie. Non posso dire ancora nulla, ma sono esperienze che sognavamo da tempo. Il nostro obiettivo non è solo il successo, ma che il processo creativo sia di qualità”.




